Satie, Gnossiennes III, lent et grave
San Benedetto del Tronto, 1976-1977
L'ultima civiltà 1975-1977
Ho passato gran parte della mia infanzia e adolescenza nella casa colonica dove i miei zii Tito, Rina, e Laurina facevano i contadini; erano aiutati dai figli Vincenzo, Feliciano e Luigi, e, quando questi tornavano per un periodo di vacanza, anche dai fratelli che avevano scelto la via religiosa, come Suor Eleonora, o Fra' Felice che compare in queste pagine. Anche mio padre Angelo prestava spesso la sua opera, e al suo seguito, su una canna di bicicletta, imparai ad amare il profumo del pane caldo, della schiacciata con l'uva passa, o il sapore indimenticabile della frutta maturata sull'albero.
Ma mi piaceva anche il tepore della stalla in inverno, il garrire delle rondini, l'intreccio degli 'scappi' (giunchi), a formare canestri e 'pannaroni'. Mi piaceva l'odore della terra, l'esplosione della primavera, le zolle che fumavano al primo sole.
A tredici anni nacque la mia passione per la fotografia; oramai mi muovevo da solo in bicicletta, e trascorrevo molti giorni a cogliere scorci, che poi avrei scoperto essere gli ultimi, di un'epoca che stava per tramontare. I miei zii erano rimasti tra i pochi a praticare una agricoltura ancora tradizionale, senza macchine e supporti meccanici. Lavoravano di braccia e di animali. Conducevano l'aratro come una biga, in guerra senza speranza contro una terra dura dei sassi portati dal Chiona, secca e avida d'acqua come un biscotto, buona per la vite e poco altro.
Il sole e il gelo incidevano i loro volti come maschere africane, vi segnavano le stagioni, forse per non perdere il conto di una esistenza ciclica e ripetitiva, dove dall'infanzia alla morte ogni giorno era uguale a quello che lo aveva preceduto e a quello che sarebbe seguito.
Poi, lentamente ma inesorabilmente, le cose cominciarono a cambiare; i miei cugini scelsero strade diverse; la spinta potente del 'progresso' si fece sentire anche nella campagna di Spello, e il corso delle cose non poté che seguire l'indirizzo generale, fino ai nostri giorni. I ‘vecchi’ sono oggi quasi tutti transitati a miglior vita, e il casolare dei miei ricordi è stato trasformato da tempo in dimora di lusso.
Mi rimangono però queste immagini, frutto di una passione poco più che bambina, amate testimonianze di una civiltà che ho visto scomparire; l'ultima delle civiltà.
Sante Castignani
Ma mi piaceva anche il tepore della stalla in inverno, il garrire delle rondini, l'intreccio degli 'scappi' (giunchi), a formare canestri e 'pannaroni'. Mi piaceva l'odore della terra, l'esplosione della primavera, le zolle che fumavano al primo sole.
A tredici anni nacque la mia passione per la fotografia; oramai mi muovevo da solo in bicicletta, e trascorrevo molti giorni a cogliere scorci, che poi avrei scoperto essere gli ultimi, di un'epoca che stava per tramontare. I miei zii erano rimasti tra i pochi a praticare una agricoltura ancora tradizionale, senza macchine e supporti meccanici. Lavoravano di braccia e di animali. Conducevano l'aratro come una biga, in guerra senza speranza contro una terra dura dei sassi portati dal Chiona, secca e avida d'acqua come un biscotto, buona per la vite e poco altro.
Il sole e il gelo incidevano i loro volti come maschere africane, vi segnavano le stagioni, forse per non perdere il conto di una esistenza ciclica e ripetitiva, dove dall'infanzia alla morte ogni giorno era uguale a quello che lo aveva preceduto e a quello che sarebbe seguito.
Poi, lentamente ma inesorabilmente, le cose cominciarono a cambiare; i miei cugini scelsero strade diverse; la spinta potente del 'progresso' si fece sentire anche nella campagna di Spello, e il corso delle cose non poté che seguire l'indirizzo generale, fino ai nostri giorni. I ‘vecchi’ sono oggi quasi tutti transitati a miglior vita, e il casolare dei miei ricordi è stato trasformato da tempo in dimora di lusso.
Mi rimangono però queste immagini, frutto di una passione poco più che bambina, amate testimonianze di una civiltà che ho visto scomparire; l'ultima delle civiltà.
Sante Castignani




































































































































